Scoperto il motivo per cui i gatti anziani spesso cambiamo comportamento. Non si tratta solo di un semplice declino dovuto all’età, c’è di più.
Con l’avanzamento dell’età non è raro notare come il gatto cambi comportamento. Fino a questo momento si è sempre associato questo cambiamento al normale declino cognitivo generato dall’età. Dei nuovi studi organici condotti sul cervello di gatti naturalmente morti di vecchiaia ha messo in luce però un nuovo aspetto.

Se si ha un gatto anziano in casa probabilmente si è notato in lui un comportamento strano, sicuramente diverso da quando era più giovane e attivo. I comportamenti insoliti a cui ci si riferisce sono per lo più legati alla diminuzione dei sensi; disorientamento, vocalizzazioni (soprattutto di notte) improvvise e senza senso, ma anche notti agitate, confusione in ambienti noti.
Atteggiamenti associati fino a questo momento ad un normale declino cognitivo generato proprio dall’età e dall’avanzamento della vecchiaia. In realtà pare che non sia così o almeno non in tutti i casi; nuove ricerche scientifiche, effettuate studiando il cervello di gatti morti di vecchiaia, hanno evidenziato che alla base di questi comportamenti potrebbe esserci ben altro.
Anche i gatti soffrono l’Alzheimer. La scoperta potrebbe aiutare la ricerca scientifica
Un’analisi approfondita dei cervelli dei gatti anziani ha rivelato che in diversi casi erano presenti alterazioni simili a quelle riscontrate nelle persone affette da Alzheimer. Il dato più evidente è stato il ritrovamento della proteina amiloide-beta che si era depositata nelle sinapsi, in quel punto cioè in cui il cervello costruisce le reti dell’apprendimento e della memoria. Questo accumulo negli esseri umani accompagna il declino cognitivo.

È del tutto logico pensare quindi che anche per i gatti il declino cognitivo sia dato, in determinati casi, dall’accumulo di queste proteine nelle sinapsi. Altro elemento a supporto di questa tesi riguarda le cellule astrociti e microglia; queste dovrebbero agire a protezione del tessuto nervoso, ma in questo caso, si attivavano in un processo di eliminazione delle sinapsi compromesse.
Si tratta di una sorta di manutenzione forzata, che nei primi anni di vita è sicuramente utile, ma nel periodo della vecchiaia finisce solo per peggiorare la situazione. La scoperta potrebbe avere una portata straordinaria nel mondo della ricerca anche per trovare cure agli uomini.
Da anni gli scienziati utilizzano topi geneticamente modificati per studiare l’Alzheimer. Tuttavia si tratta di un modello artificiale di studio perché gli animali appunto non sviluppano di per sé la malattia. Nei gatti sembra invece comparire in maniera spontanea, rendendoli di fatto dei candidati perfetti per eventuali ricerche future, con ricadute che riguarderanno non solo una migliore comprensione della demenza negli animali domestici, ma anche lo sviluppo di terapie per le persone.